Parrocchia Santa Maria del Carmelo

Trieste - Gretta

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Vita in parrocchia 12 maggio 2019
  • Il tempo di Quaresima e la celebrazione della Pasqua sono sempre indicatori della vita , o meno, di una comunità parrocchiale. Infatti le molteplici attività, iniziative e celebrazioni che caratterizzano questo tempo forte, possono aiutarci a verificare lo “stato di salute” di una parrocchia. La nostra, come del resto tante altre, non è da meno: ci sono cose belle e cose meno belle, ci sono aspetti positivi e altri che destano preoccupazione, ecc. Se guardiamo semplicemente alla partecipazione, dobbiamo dire che “non c’è nulla di nuovo sotto il sole di Gretta”: è sempre molto scarsa, sia agli incontri formativi che alle celebrazioni liturgiche, anche se per quest’ultime si nota un certo aumento, soprattutto durante il Triduo pasquale e la celebrazione domenicale della Messa. Quello che dà motivo di speranza è che si avverte in molte persone il bisogno di approfondire di più la propria fede e dare più serietà alla vita cristiana. Infatti passando anche per la benedizione delle famiglie, non sono pochi coloro che ci dicono: “Non sono molto praticante, ma sento che devo ritornare ad una vita più vera e sincera”. Ci sono quelli che fanno esplicitamente menzione dei propri genitori e dicono: “Mi sono allontanato dall’insegnamento dei miei genitori! Loro sì che ci credevano!” Oppure di fronte a tanti fatti che accadono, sia personali che sociali, ci sono quelli che si interrogano e non di rado arrivano alla domanda decisiva: “ Ma il Signore cosa vuole dirmi in quello che mi sta accadendo?” Certamente è solo l’inizio, ma fa ben sperare. Si tratta di dare continuità e solidità a queste che sono ancora delle prime intuizioni. Ecco allora l’importanza di approfittare di quelle proposte che la nostra parrocchia mette sempre in cantiere per aiutarci a “formare” un fede più matura e adulta.  
  • Le Prime Comunioni sono sempre una festa che, forse, suscita di più emozioni che convinzioni. Per i 15 bambini che quest’anno si sono accostati al banchetto eucaristico è quasi ovvio che in loro ci siano più emozioni che altro, anche se questo gruppo ha manifestato una buona preparazione e un vivo desiderio di iniziare e continuare una sincera amicizia con il Signore. Quello che non deve mancare è l’aiuto delle famiglie, in particolar modo dei genitori, perché i figli hanno bisogno di “vedere” più che di “sentire”, e quello che vogliono vedere è la testimonianza dei loro cari.  
  • Anche se il tempo è più autunnale che primaverile, si sta già pensando e programmando il periodo estivo che vedrà la nostra parrocchia impegnata sia per il Grest che per la festa patronale della Madonna del Carmine. Di tutto questo e anche di altro si parlerà nel prossimo Consiglio pastorale parrocchiale. Intanto lanciamo l’appello a tutti per dare del proprio tempo a queste e ad altre attività parrocchiali (per esempio la nostra S. Vincenzo, ecc.).

Domenica 17 aprile 2019
Prepariamoci a vivere la Settimana Santa. (seconda parte) 
Il Giovedì Santo ha due grandi celebrazioni. Al mattino tutti i sacerdoti si uniscono al Vescovo in Cattedrale, come a testimoniare la profonda comunione che deve esistere tra di loro, e, durante la S. Messa del S. Crisma, vengono benedetti e consacrati gli oli, che serviranno per i sacramenti dal Battesimo alla Cresima, all'Ordine. È sempre suggestivo lo spettacolo dell'unità del presbiterio con il vescovo: è un affermare di essere una cosa sola, chiamati a portare la salvezza nel nome di Gesù a tutti i fratelli. La sera del Giovedì Santo si celebra la memoria dell'Ultima Cena e viene così ricordato il grande Sacramento in cui Gesù si fa Pane di vita nella Messa e Presenza continua nel tabernacolo: Gesù sempre realmente in noi, vicino e tra noi. Quale immenso dono avere sempre Dio con noi, solo che lo vogliamo! La lavanda dei piedi vuole introdurci nel grande comandamento dell’amore che Gesù ci lascia come suo testamento. Al termine della Messa, solennemente, il SS. mo Sacramento viene deposto in un tabernacolo, come veglia prima della Passione, che in ogni parte del mondo diviene notte di adorazione. L'altare viene spogliato delle tovaglie, come a manifestare il 'silenzio di Gesù', che vive la Sua Passione. Le campane tacciono, come segno di partecipazione al Suo dolore ed invito alla riflessione. Il VENERDÌ SANTO è il giorno del silenzio e della memoria. In tutte le Parrocchie o Chiese, nel pomeriggio, in ricordo della morte in croce di Gesù, l'assemblea si riunisce per l'ascolto del Vangelo della Passione e Morte. Un annuncio che è seguito da preghiere che abbracciano il mondo intero. Segue l'introduzione della Croce, che viene scoperta lentamente, mostrando Gesù Crocifisso, che, deposto vicino all'altare, riceve con un bacio l'adorazione dei suoi fedeli. Infine viene distribuita la S. Comunione, come fosse la deposizione dalla croce di Gesù in noi. E di nuovo cala il silenzio, che si prolungherà fino alla notte della Resurrezione. Giorni davvero carichi di Mistero e di Amore, che non possono e non devono lasciarci indifferenti, se davvero siamo Suoi discepoli. É grande il prezzo pagato da Dio per la nostra salvezza e non si può far finta di nulla! In tante parti poi si celebra la solenne Via Crucis nei paesi, che è un testimoniare e partecipare al Calvario di Gesù. Un rito che in tanti suscita commozione, ma soprattutto deve portare alla conversione. Il SABATO SANTO regna un grande Silenzio, rispettoso certamente perché partecipa del silenzio di Gesù morto nel sepolcro, ma insieme anche.... grande Attesa della Pasqua di Resurrezione. Verso la Mezzanotte ha inizio la solenne Veglia pasquale. Una veglia che è vivere la memoria della nostra storia, dopo la creazione, attraverso la lettura di brani significativi del Vecchio Testamento, fino al momento dell'ANNUNCIO della RESURREZIONE, in cui si sciolgono le campane, per annunciare a tutta la Comunità che Gesù è risorto e, quindi, inizia la Festa. Dopo l'omelia del celebrante, avviene la benedizione dell'acqua, che servirà per i battesimi, frutto della resurrezione. E nel canto del Gloria le campane tornano a suonare come a confermare l'annuncio della grande Gioia: Gesù è davvero Risorto. 'Grande notte' la definisce S. Agostino, perché è la nuova creazione a cui apparteniamo. Una notte da vivere davvero con gioia e con fede. Per quella notte della Resurrezione di Gesù, noi, con il battesimo, siamo rinati e, per noi, si è aperta la possibilità di tornare in Cielo! Una notte carica di fede, di gioia, di pace! Carissimi, ora tocca a noi 'entrare' con la fede e il cuore, nel Cuore aperto di Gesù che ci attende. Dovremmo essere capaci, nel limite del possibile, di programmare questi giorni santi, soprattutto il Giovedì, Venerdì e Sabato Santo, nella grande offerta dell'amore di Gesù, partecipando ai santi riti che la Chiesa celebra. Quando c'è fede e amore, si può programmare tutto, a cominciare da quello che più tocca le profondità del cuore. Questa Settimana Santa, se partecipata con fede e intensità, può essere una svolta nella nostra vita, che a volte è priva di quel senso di bellezza che solo il Risorto sa donare. L'augurio è che questa settimana sia davvero l'occasione per dare ordine alla vita dello spirito e così poter partecipare alla gioia del Risorto.
Domenica 7 aprile 2019
Prepariamoci a vivere la Settimana Santa. (prima parte)
La Settimana, che inizia con la Domenica delle Palme, viene giustamente chiamata Santa, perché in essa, non solo si ricordano, ma si celebrano i grandi Misteri della nostra Redenzione: da quella Settimana l'umanità intera ha ricominciato - e può oggi ricominciare - a vivere secondo la vera ragione del suo essere ed esistere, ossia come figli di Dio, quindi eredi del Paradiso. È davvero incredibile ciò che Gesù ha vissuto per ciascuno di noi. Non ci poteva essere un amore più grande. Dio si è preso sulle sue spalle le nostre colpe: un atto d'Amore divino su cui dovremmo meditare per giunge a ringraziare infinitamente, in ogni istante della nostra esistenza. Con la Sua Passione e Resurrezione Gesù, Figlio di Dio, ci ha resi nuovamente creature capaci di Paradiso... se accogliamo e viviamo la Sua Vita in noi. Credo di fare dono a voi, che con me vivete la fede e l'amore a Gesù, ricordando i grandi Eventi di Salvezza che questa Settimana Santa ci fa rivivere. Si inizia con questa DOMENICA DELLE PALME, che introduce la settimana con una cerimonia festosa: quella dell'ingresso solenne di Gesù: un 'trionfo', ma subito seguito dal racconto della Passione. Gesù, nel suo cuore, sa che cosa lo attende, al di là delle apparenze di accoglienza che il popolo gli dimostra. La Chiesa dona ai fedeli un ramoscello di ulivo, segno della Pace che il sacrificio stesso del Cristo ci ha guadagnato, per portarla ogni giorno nelle nostre case. Lasciamoci condurre dalla riflessione di Paolo VI, in questa Domenica delle Palme, per essere preparati a vivere una tale esperienza. "Siamo presi tutti da due timori: il timore di parlare per non sminuire l'impressione che certamente il racconto sacro e tragico della Passione produce nelle anime, ben sapendo quale urto di fatti e sentimenti è questo racconto, e il timore di tacere, per non lasciar sfuggire il significato di mirabili pagine di Vangelo. Dobbiamo invitare le anime nostre a impossessarsi di questo racconto, a ricordarlo, a meditarlo, a introdurlo nel circuito dei nostri pensieri e a coglierne qualcosa, anzitutto che dalla passione di Cristo dipende il nostro ultimo fine, la nostra salvezza. Ci limiteremo a menzionare gli elementi di cui si compone il rito solenne della Domenica delle Palme in cui si inserisce in sede liturgica il racconto della Passione. Il rito ha due parti. La prima riguarda le Palme e cioè il trionfo messianico di Cristo. I fedeli hanno in mano dei rami di ulivo o di palma: li agitano quasi per rievocare e ripetere l'avvenimento che allora dichiarò chi era Gesù. Il quel giorno fu attribuito il nome che è diventato suo: Cristo, che vuol dire Messia, il Re, l'Unto e il Consacrato di Dio, che è poi anche il nostro nome, perché ci chiamiamo cristiani. Proprio in quel giorno, in quel concorso di popolo, Gesù lasciò che fossero riconosciute ed esaltate la sua personalità e la sua missione e gli venisse attribuito apertamente il titolo di Cristo e Messia. Questa è la prima fase liturgica, simboleggiata dalle palme, dalla processione, dalla letizia che la pervade con una nota di misticismo diffuso. Nella seconda parte, la Santa Messa è caratterizzata dalla lettura della Passione del Signore. A differenza della prima essa è improntata a mestizia, a un profondo senso di commozione e tragedia. La liturgia si fa d'improvviso triste e grave, e la croce, eccola qui, dinnanzi a noi. Figlioli, lasciamoci impressionare da queste altissime verità. Lasciamoci commuovere, sì, commuovere. C'è molto bisogno di scuotere i nostri sentimenti stagnanti, opachi, incapaci di vibrare dinnanzi a queste supreme lezioni. Sentiamo nelle nostre anime ciò che Gesù Cristo sentì in se medesimo. Che da Lui passi il fluido, la corrente dei suoi sentimenti, per trasformare e accendere i nostri! Gesù ci ha amato, ci ama. Ha offerto la sua vita per noi: ciascuno di noi è debitore a Lui di una salvezza per cui è occorso il prezzo del suo sangue. Gesù si è avvicinato a noi con la dedizione più completa e generosa. E noi non possiamo, non dobbiamo, rimanere inerti. Curviamo invece la fronte e con il Centurione ripetiamo: 'Veramente costui è il Figlio di Dio!"'. (11 aprile 1965). (continua)

Pubblichiamo la terza parte del Messaggio di Papa Francesco per la Quaresima 2019.

3. La forza risanatrice del pentimento e del perdono Per questo, il creato ha la necessità impellente che si rivelino i figli di Dio, coloro che sono diventati “nuova creazione”: «Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove» (2 Cor 5,17). Infatti, con la loro manifestazione anche il creato stesso può “fare pasqua”: aprirsi ai cieli nuovi e alla terra nuova (cfr Ap 21,1). E il cammino verso la Pasqua ci chiama proprio a restaurare il nostro volto e il nostro cuore di cristiani, tramite il pentimento, la conversione e il perdono, per poter vivere tutta la ricchezza della grazia del mistero pasquale.

Questa “impazienza”, questa attesa del creato troverà compimento quando si manifesteranno i figli di Dio, cioè quando i cristiani e tutti gli uomini entreranno decisamente in questo “travaglio” che è la conversione. Tutta la creazione è chiamata, insieme a noi, a uscire «dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). La Quaresima è segno sacramentale di questa conversione. Essa chiama i cristiani a incarnare più intensamente e concretamente il mistero pasquale nella loro vita personale, familiare e sociale, in particolare attraverso il digiuno, la preghiera e l’elemosina. Digiunare, cioè imparare a cambiare il nostro atteggiamento verso gli altri e le creature: dalla tentazione di “divorare” tutto per saziare la nostra ingordigia, alla capacità di soffrire per amore, che può colmare il vuoto del nostro cuore. Pregare per saper rinunciare all’idolatria e all’autosufficienza del nostro io, e dichiararci bisognosi del Signore e della sua misericordia. Fare elemosina per uscire dalla stoltezza di vivere e accumulare tutto per noi stessi, nell’illusione di assicurarci un futuro che non ci appartiene. E così ritrovare la gioia del progetto che Dio ha messo nella creazione e nel nostro cuore, quello di amare Lui, i nostri fratelli e il mondo intero, e trovare in questo amore la vera felicità. Cari fratelli e sorelle, la “quaresima” del Figlio di Dio è stata un entrare nel deserto del creato per farlo tornare ad essere quel giardino della comunione con Dio che era prima del peccato delle origini (cfr Mc 1,12-13; Is 51,3). La nostra Quaresima sia un ripercorrere lo stesso cammino, per portare la speranza di Cristo anche alla creazione, che «sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,21). Non lasciamo trascorrere invano questo tempo favorevole! Chiediamo a Dio di aiutarci a mettere in atto un cammino di vera conversione. Abbandoniamo l’egoismo, lo sguardo fisso su noi stessi, e rivolgiamoci alla Pasqua di Gesù; facciamoci prossimi dei fratelli e delle sorelle in difficoltà, condividendo con loro i nostri beni spirituali e materiali. Così, accogliendo nel concreto della nostra vita la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, attireremo anche sul creato la sua forza trasformatrice.


Articolo dal quotidiano AVVENIRE: Il GRAN MALE DA COMBATTERE (e tutto il bene che c'è)

Abusi intollerabili, sottovalutazioni e complicità, qualunquismo 

Prima c’era il pensiero debole, poi la società liquida, ora siamo entrati a vele spiegate nell’era delle 'idee a spanne'. Diventato allergico alle opinioni complesse, questo nostro tempo molto 'social' e poco 'cordial' sta vedendo proliferare la malapianta della conoscenza approssimata della realtà e del dettaglio amplificato a visione globale dell’universo, con il dilagante metodo del giudizio calato come una scure su questioni che richiederebbero una certa documentazione prima di esprimersi. Si sta perdendo l’abitudine di pronunciarsi esercitando la virtù della prudenza, cioè avendo presente la proporzione tra ciò di cui si parla e l’opinione che si esprime. E così il cielo del dibattito pubblico si oscura con l’addensarsi di critiche senza appello, dietrologie infamanti, sospetti ingiusti e unilaterali. Come siamo arrivati a tanto? Consapevoli che l’approfondimento di fatti e fenomeni richiede la fatica di una conoscenza personale e libera, si finisce per accontentarsi di quel che si è intravisto, orecchiato o creduto di capire, rimasticando idee altrui a loro volta chissà come assemblate. L’effetto è un’adulterazione del pensiero che inquina le coscienze con le tossine del pregiudizio, un clima asfittico che le piattaforme per la condivisione dei contenuti online finiscono per amplificare funzionando come camere dell’eco dove si ascolta lo stesso mantra ripetuto e ingigantito. È una china di preoccupante superficialità e intolleranza reciproca che abbiamo visto imboccata ormai infinite volte e in numerosi ambiti, dalla politica all’economia, dalle grandi questioni sociali ai dilemmi etici, fino al giudizio diffuso sulla Chiesa in relazione a situazioni problematiche e discusse. Gli esempi sono più che noti e documentati, persino triti. Il tributo per le sole attività commerciali esercitate da un ente religioso che risulta non corrisposto in un caso specifico (e da censurare) in breve diventa 'la Chiesa che evade le tasse', omettendo quel che le realtà ecclesiali fanno al servizio di tutti e senza chiedere nulla in cambio, su confini umani dove nemmeno lo Stato si spinge. Un’altra approssimazione eclatante è sotto i nostri occhi in questi giorni, alla vigilia ormai dell’incontro mondiale sulla 'protezione dei minori' convocato dal Papa in Vaticano. Assistiamo infatti sui media nostrani e globali – rilanciati dalle fonti accessibili a tutti – alla diffusione acritica del contenuto di inchieste, analisi e persino di ponderosi libri dai quali la Chiesa sembra uscire come un ricettacolo di abusatori seriali sistematicamente coperti per decenni da una gerarchia omertosa, oppure – secondo le fonti e gli interessi – alla stregua di un circolo di omosessuali più o meno praticanti che giustificano a vicenda la propria condotta, in entrambi i casi usando la veste talare o il saio come copertura. Un ritratto sommario e grottesco, arrogante e persino offensivo, che fa certo perno sulla realtà – tragica e dolorosissima – di fatti accertati e indiscutibili talvolta proliferati sino ad assumere le dimensioni del fenomeno e del 'sistema', ma sempre ben definiti. Su di essi gli ultimi tre Papi – almeno – hanno preteso chiarezza e rigore, in un crescendo di consapevolezza e di sensibilità collettiva che ha portato a esprimersi e agire con fermezza sugli episodi e i responsabili mentre ci si apriva all’ascolto delle vittime condividendone con vergogna e compassione le gravissime ferite. Ma è proprio in nome di questa stessa verità senza sconti che suonano insopportabili le generalizzazioni acritiche di chi asserisce strumentalmente che la violenza, la sopraffazione e la falsità combinate con la copertura corriva e la rimozione ipocrita si sarebbero diffuse dappertutto nella Chiesa, contagiando come una metastasi inarrestabile praticamente tutti e arrivando sino ai piani più alti della gerarchia in modo sistematico, solo con differenti livelli di gravità. «Ovunque», si scrive e si insinua. 

È vero: la Chiesa è davvero ovunque, incontrabile da chiunque in qualsiasi situazione umana, geografica e sociale, specie là dove donne, uomini, ragazzi e bambini non trovano nessuno che li accolga, li ascolti, creda in loro, gli consenta di sperare, di costruire (e spesso ricostruire) la propria vita. Nella Chiesa c’è chi ha sbagliato, drammaticamente, e la stessa Chiesa istituzione è stata lenta a rendersene conto, ma ora la Chiesa – nella sua interezza – vuole capire una volta per tutte come fare perché l’orrore dell’abuso sui minori non si ripeta mai più. E chi pensa di approfittare del suo coraggio nel mettere in discussione prassi e percorsi per tentare di far credere che 'è tutto marcio' sappia che siamo in tanti ad aver chiaro che le carte sono scoperte, e il gioco di delegittimare una presenza fedele accanto a ogni uomo è vistosamente truccato. Chi è Chiesa è abituato a misurarsi con la zizzania della menzogna, con pazienza e umiltà, ma sa ancora distinguerla dal buon grano della verità. 

Francesco Ognibene da Avvenire di mercoledì 20 febbraio 2019


L'incontro dei giovani preti con il Vescovo

Lunedì 18 febbraio


Di che si tratta? I sacerdoti che hanno pochi anni di ordinazione si trovano ogni mese per una mattinata intera con il Vescovo per affrontare tematiche legate alla vita sacerdotale e all’attività pastorale. E’ un’occasione per creare e rafforzare, soprattutto con i più giovani, quella fraternità sacerdotale così importante e preziosa ai nostri giorni. E’ anche un’iniziativa per rompere la solitudine tanto pericolosa nella vita di un prete. Generalmente sono incontri sia di formazione ma anche di scambio di esperienze, confronto e aiuto reciproco. Il Vescovo, sempre presente, tiene molto a questi incontri che generalmente guida lui stesso. Nello scambio fraterno di difficoltà e nella condivisione di esperienze positive, nasce davvero una comunione che aiuta a superare le inevitabili prove della vita anche sacerdotale. Quest’anno, su proposta dei sacerdoti stessi, si è scelto di visitare alcune parrocchie della Diocesi che presentano realtà significative, questo per far conoscere meglio la Diocesi e le sue molteplici realtà. Infatti verso la fine della mattinata il parroco che ospita presenta brevemente la propria parrocchia e risponde alle domande che gli vengono poste.


11 febbraio 2019 Giornata mondiale del malato
 
Alcuni passaggi del messaggio del Papa per questa giornata«Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8). Queste sono le parole pronunciate da Gesù quando inviò gli apostoli a diffondere il Vangelo, affinché il suo Regno si propagasse attraverso gesti di amore gratuito. In occasione della XXVII Giornata Mondiale del Malato, che si celebrerà in modo solenne a Calcutta, in India, l’11 febbraio 2019, la Chiesa, Madre di tutti i suoi figli, soprattutto infermi, ricorda che i gesti di dono gratuito, come quelli del Buon Samaritano, sono la via più credibile di evangelizzazione. La cura dei malati ha bisogno di professionalità e di tenerezza, di gesti gratuiti, immediati e semplici come la carezza, attraverso i quali si fa sentire all’altro che è “caro”. La vita è dono di Dio, e come ammonisce San Paolo: «Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto?» (1 Cor 4,7). Proprio perché è dono, l’esistenza non può essere considerata un mero possesso o una proprietà privata, soprattutto di fronte alle conquiste della medicina e della biotecnologia che potrebbero indurre l’uomo a cedere alla tentazione della manipolazione dell’“albero della vita” (cfr Gen 3,24). Di fronte alla cultura dello scarto e dell’indifferenza, mi preme affermare che il dono va posto come il paradigma in grado di sfidare l’individualismo e la frammentazione sociale contemporanea, per muovere nuovi legami e varie forme di cooperazione umana tra popoli e culture. Il dialogo, che si pone come presupposto del dono, apre spazi relazionali di crescita e sviluppo umano capaci di rompere i consolidati schemi di esercizio di potere della società. Il donare non si identifica con l’azione del regalare perché può dirsi tale solo se è dare sé stessi, non può ridursi a mero trasferimento di una proprietà o di qualche oggetto. Si differenzia dal regalare proprio perché contiene il dono di sé e suppone il desiderio di stabilire un legame. Il dono è, quindi, prima di tutto riconoscimento reciproco, che è il carattere indispensabile del legame sociale. Nel dono c’è il riflesso dell’amore di Dio, che culmina nell’incarnazione del Figlio Gesù e nella effusione dello Spirito Santo …… In questa circostanza della celebrazione solenne in India, voglio ricordare con gioia e ammirazione la figura di Santa Madre Teresa di Calcutta, un modello di carità che ha reso visibile l’amore di Dio per i poveri e i malati. Come affermavo in occasione della sua canonizzazione, «Madre Teresa, in tutta la sua esistenza, è stata generosa dispensatrice della misericordia divina, rendendosi a tutti disponibile attraverso l’accoglienza e la difesa della vita umana, quella non nata e quella abbandonata e scartata. […] Si è chinata sulle persone sfinite, lasciate morire ai margini delle strade, riconoscendo la dignità che Dio aveva loro dato; ha fatto sentire la sua voce ai potenti della terra, perché riconoscessero le loro colpe dinanzi ai crimini […] della povertà creata da loro stessi. La misericordia è stata per lei il “sale” che dava sapore a ogni sua opera, e la “luce” che rischiarava le tenebre di quanti non avevano più neppure lacrime per piangere la loro povertà e sofferenza. La sua missione nelle periferie delle città e nelle periferie esistenziali permane ai nostri giorni come testimonianza eloquente della vicinanza di Dio ai più poveri tra i poveri» (Omelia, 4 settembre 2016)….. La gratuità umana è il lievito dell’azione dei volontari che tanta importanza hanno nel settore socio-sanitario e che vivono in modo eloquente la spiritualità del Buon Samaritano. Ringrazio e incoraggio tutte le associazioni di volontariato che si occupano di trasporto e soccorso dei pazienti, quelle che provvedono alle donazioni di sangue, di tessuti e organi. Uno speciale ambito in cui la vostra presenza esprime l’attenzione della Chiesa è quello della tutela dei diritti dei malati, soprattutto di quanti sono affetti da patologie che richiedono cure speciali, senza dimenticare il campo della sensibilizzazione e della prevenzione. Sono di fondamentale importanza i vostri servizi di volontariato nelle strutture sanitarie e a domicilio, che vanno dall’assistenza sanitaria al sostegno spirituale. Ne beneficiano tante persone malate, sole, anziane, con fragilità psichiche e motorie. Vi esorto a continuare ad essere segno della presenza della Chiesa nel mondo secolarizzato. Il volontario è un amico disinteressato a cui si possono confidare pensieri ed emozioni; attraverso l’ascolto egli crea le condizioni per cui il malato, da passivo oggetto di cure, diventa soggetto attivo e protagonista di un rapporto di reciprocità, capace di recuperare la speranza, meglio disposto ad accettare le terapie. Il volontariato comunica valori, comportamenti e stili di vita che hanno al centro il fermento del donare. È anche così che si realizza l’umanizzazione delle cure …… Vi esorto tutti, a vari livelli, a promuovere la cultura della gratuità e del dono, indispensabile per superare la cultura del profitto e dello scarto. Le istituzioni sanitarie cattoliche non dovrebbero cadere nell’aziendalismo, ma salvaguardare la cura della persona più che il guadagno. Sappiamo che la salute è relazionale, dipende dall’interazione con gli altri e ha bisogno di fiducia, amicizia e solidarietà, è un bene che può essere goduto “in pieno” solo se condiviso. La gioia del dono gratuito è l’indicatore di salute del cristiano.

Convegno dei catechisti della nostra Diocesi

“Perché la nostra gioia sia piena” 

È il tema del  Convegno che la nostra Diocesi ha organizzato per tutti i catechisti svoltosi il 16 e 17 febbraio. Oggi più che mai è forte la consapevolezza della necessità di una adeguata formazione dei catechisti. I cambiamenti in atto sul piano socio-culturale, religioso, antropologico, richiedono la presenza di figure qualificate e mature sul piano della fede, dell’umanità e della competenza socio-pedagogica. L’obiettivo del Convegno di quest’anno, oltre che continuare a garantire una “Prima Formazione” a quanti svolgono questo servizio da molti anni, è quella di iniziare a formare figure di catechisti capaci di rispondere alle sfide del nostro tempo. Inoltre si rifletterà sul prossimo “Direttorio Diocesano per la catechesi” richiesto dal nostro Sinodo Diocesano: uno strumento indispensabile per sostenere quanti si impegnano ogni giorno nel prezioso compito della formazione cristiana dei nostri ragazzi.



Il Signore viene: intonate il Magnificat!

A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?

"Buonismo": è termine di recente introduzione nel nostro vocabolario e di larga diffusione nel linguaggio giornalistico; starebbe a indicare un atteggiamento bonario e tollerante, e, come tutte le parole che finiscono in "ismo", sottintende qualcosa di eccessivo e di inopportuno. Il neologismo esprime grosso modo quello che una volta si chiamava sentimentalismo. Ecco, il Natale non è la festa del buonismo. Non si può ridurre a una sagra delle sdolcinature, delle stelline e delle strenne, per spalmare un po' di tenerume su emozioni a buon mercato, su tradizioni prive d'anima e abitudini superficiali che poi si sa dove vanno a finire: in quella "grande abbuffata" che ci permette di dimenticare per qualche ora la pesante monotonia della vita, magari mettendoci l'anima in pace con qualche panino ai barboni. E poi tutto torna come prima. Celebrare il Natale non vuol dire preparare solo un bel presepe con i pastori commossi, con i magi in lunghe vesti, con il bue e l'asinello di colore azzurro. Vuol dire soprattutto "ascoltare il pianto del Bambino" e la sofferenza di tanti suoi fratelli ignorati, calpestati e persino derisi. Ma per questo ci occorre - come ci ricorda il vangelo di questa ultima domenica di Avvento - innanzitutto una buona dose di stupore.  

È lo stupore che risuona nelle parole di Elisabetta al saluto di Maria: "A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?". Questo stupore riecheggia - e con note ancora più acute - nel cantico di lode della Vergine, di cui il brano evangelico ci riporta solo le parole iniziali, quasi a consegnarci una sorta di antifona che dovrà fare da cantus firmus per tutto il tempo di Natale (e non solo!): "L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore". È lo stupore che afferra chi percepisce la novità stupefacente dei doni di Dio e del Dio dei doni. È il Signore infatti il grande donatore: colui che chiama a una maternità inattesa la donna anziana e sterile e che, dell'umile figlia di Sion, fa la Madre del Santo, il Figlio dell'Altissimo. Nello stupore delle due donne che si incontrano sulle colline di Giudea risuona l'incanto per il dono dei doni: la santa alleanza, il grande, perfetto abbraccio che unisce Dio e l'uomo, secondo la promessa fatta ai padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre. È lo stupore dei poveri che sono contenti di Dio, e non pretendono prove èclatanti per credere, ma sanno vedere i segni tenui eppure tenaci della sua presenza sempre così provvida e amorevole. Solo con il cuore di Maria, l'umile, povera serva del Signore, è possibile esultare e rallegrarsi per il grande dono di Dio e per la sua imprevedibile sorpresa. Perché a Natale Dio non è solo il benevolo, munifico donatore; Dio è anche il regalo incredibile e immeritato che ci viene fatto. A Natale Dio dona Dio; donando il suo Figlio, il suo "tesoro" più caro, Dio Padre ci dona tutto se stesso.          

 Il Signore viene: se lo riconosceremo come nel suo sconvolgimento lo scoprì Elisabetta, se ci apriremo al dono di Dio come Maria, allora canteremo anche noi il Magnificat, e la nostra vita sfocerà finalmente nella luce. (Commento di mons. Francesco Lambiasi)


AVVENTO

QUAL È L'ORIGINE STORICA?

L'origine del tempo di Avvento è più tardiva, infatti viene individuata tra il IV e il VI secolo. La prima celebrazione del Natale a Roma è del 336, ed è proprio verso la fine del IV secolo che si riscontra in Gallia e in Spagna un periodo di preparazione alla festa del Natale. Per quanto la prima festa di Natale sia stata celebrata a Roma, qui si verifica un tempo di preparazione solo a partire dal VI secolo. Senz'altro non desta meraviglia il fatto che l'Avvento nasca con una configurazione simile alla quaresima, infatti la celebrazione del Natale fin dalle origini venne concepita come la celebrazione della risurrezione di Cristo nel giorno in cui si fa memoria della sua nascita. Nel 380 il concilio di Saragozza impose la partecipazione continua dei fedeli agli incontri comunitari compresi tra il 17 dicembre e il 6 gennaio. In seguito verranno dedicate sei settimane di preparazione alle celebrazioni natalizie. In questo periodo, come in quaresima, alcuni giorni vengono caratterizzati dal digiuno. Tale arco di tempo fu chiamato "quaresima di s. Martino", poiché il digiuno iniziava l'11 novembre. Di ciò è testimone s. Gregorio di Tours, intorno al VI secolo.

QUAL È IL SIGNIFICATO TEOLOGICO?

La teologia dell’Avvento ruota attorno a due prospettive principali. Da una parte con il termine “adventus” (= venuta, arrivo) si è inteso indicare l’anniversario della prima venuta del Signore; d’altra parte designa la seconda venuta alla fine dei tempi. Il Tempo di Avvento ha quindi una doppia caratteristica: è tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini, e contemporaneamente è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all’attesa della seconda venuta del Cristo alla fine dei tempi.

QUANDO COMINCIA E COME È SCANDITO LITURGICAMENTE?

Il Tempo di Avvento comincia dai primi Vespri dell’ultima domenica di novembre e termina prima dei primi Vespri di Natale. E’ caratterizzato da un duplice itinerario – domenicale e feriale – scandito dalla proclamazione della parola di Dio. -Le domeniche Le letture del Vangelo hanno nelle singole domeniche una loro caratteristica propria: si riferiscono alla venuta del Signore alla fine dei tempi (I domenica), a Giovanni Battista (Il e III domenica); agli antefatti immediati della nascita del Signore (IV domenica). Le letture dell’Antico Testamento sono profezie sul Messia e sul tempo messianico, tratte soprattutto dal libro di Isaia. Le letture dell’Apostolo contengono esortazioni e annunzi, in armonia con le caratteristiche di questo tempo. – Le ferie Si ha una duplice serie di letture: una dall’inizio dell’Avvento fino al 16 dicembre, l’altra dal 17 al 24. Nella prima parte dell’Avvento si legge il libro di Isaia, secondo l’ordine del libro stesso, non esclusi i testi di maggior rilievo, che ricorrono anche in domenica. La scelta dei Vangeli di questi giorni è stata fatta in riferimento alla prima lettura. Dal giovedì della seconda settimana cominciano le letture del Vangelo su Giovanni Battista; la prima lettura è invece o continuazione del libro di Isaia, o un altro testo, scelto in riferimento al Vangelo. Nell’ultima settimana prima del Natale, si leggono brani del Vangelo di Matteo (cap. 1) e di Luca (cap. 1) che propongono il racconto degli eventi che precedettero immediatamente la nascita del Signore. Per la prima lettura sono stati scelti, in riferimento al Vangelo, testi vari dell’Antico Testamento, tra cui alcune profezie messianiche di notevole importanza. L’AVVENTO AMBROSIANO È DIVERSO DAL RITO ROMANO?

 Sì, nel rito ambrosiano si compone di sei domeniche e dura sei settimane. Inizia la prima domenica dopo il giorno di San Martino (11 novembre) e prevede sempre 6 domeniche (quando il 24 dicembre cade di domenica, è prevista la celebrazione di una Domenica Prenatalizia). È previsto il colore liturgico morello, tranne che nell’ultima domenica (detta “dell’Incarnazione”) nella quale si usa il bianco.

18 novembre 2018

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO Per la II Giornata Mondiale dei poveri:

E’ per me motivo di commozione sapere che tanti poveri si sono identificati con Bartimeo, del quale parla l’evangelista Marco (cfr 10,46-52). Il cieco Bartimeo «sedeva lungo la strada a mendicare» (v. 46), e avendo sentito che passava Gesù «cominciò a gridare» e a invocare il «Figlio di Davide» perché avesse pietà di lui (cfr v. 47). «Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte» (v. 48). Il Figlio di Dio ascoltò il suo grido: «“Che cosa vuoi che io faccia per te?”. E il cieco gli rispose: “Rabbunì, che io veda di nuovo!”» (v. 51). Questa pagina del Vangelo rende visibile quanto il Salmo annunciava come promessa. Bartimeo è un povero che si ritrova privo di capacità fondamentali, quali il vedere e il lavorare. Quanti percorsi anche oggi conducono a forme di precarietà! La mancanza di mezzi basilari di sussistenza, la marginalità quando non si è più nel pieno delle proprie forze lavorative, le diverse forme di schiavitù sociale, malgrado i progressi compiuti dall’umanità… Come Bartimeo, quanti poveri sono oggi al bordo della strada e cercano un senso alla loro condizione! Quanti si interrogano sul perché sono arrivati in fondo a questo abisso e su come ne possono uscire! Attendono che qualcuno si avvicini loro e dica: «Coraggio! Alzati, ti chiama!» (v. 49). Purtroppo si verifica spesso che, al contrario, le voci che si sentono sono quelle del rimprovero e dell’invito a tacere e a subire. Sono voci stonate, spesso determinate da una fobia per i poveri, considerati non solo come persone indigenti, ma anche come gente portatrice di insicurezza, instabilità, disorientamento dalle abitudini quotidiane e, pertanto, da respingere e tenere lontani. Si tende a creare distanza tra sé e loro e non ci si rende conto che in questo modo ci si rende distanti dal Signore Gesù, che non li respinge ma li chiama a sé e li consola. Come risuonano appropriate in questo caso le parole del profeta sullo stile di vita del credente: «sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo […] dividere il pane con l’affamato, […] introdurre in casa i miseri, senza tetto, […] vestire uno che vedi nudo» (Is 58,6-7). Questo modo di agire permette che il peccato sia perdonato (cfr 1 Pt 4,8), che la giustizia percorra la sua strada e che, quando saremo noi a gridare verso il Signore, allora Egli risponderà e dirà: eccomi! (cfr Is 58,9).

6. I poveri sono i primi abilitati a riconoscere la presenza di Dio e a dare testimonianza della sua vicinanza nella loro vita. Dio rimane fedele alla sua promessa, e anche nel buio della notte non fa mancare il calore del suo amore e della sua consolazione. Tuttavia, per superare l’opprimente condizione di povertà, è necessario che essi percepiscano la presenza dei fratelli e delle sorelle che si preoccupano di loro e che, aprendo la porta del cuore e della vita, li fanno sentire amici e famigliari. Solo in questo modo possiamo scoprire «la forza salvifica delle loro esistenze» e «porle al centro della vita della Chiesa» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 198).

In questa Giornata Mondiale siamo invitati a dare concretezza alle parole del Salmo: «I poveri mangeranno e saranno saziati» (Sal 22,27). Sappiamo che nel tempio di Gerusalemme, dopo il rito del sacrificio, avveniva il banchetto. In molte Diocesi, questa è stata un’esperienza che, lo scorso anno, ha arricchito la celebrazione della prima Giornata Mondiale dei Poveri. Molti hanno trovato il calore di una casa, la gioia di un pasto festivo e la solidarietà di quanti hanno voluto condividere la mensa in maniera semplice e fraterna. Vorrei che anche quest’anno e in avvenire questa Giornata fosse celebrata all’insegna della gioia per la ritrovata capacità di stare insieme. Pregare insieme in comunità e condividere il pasto nel giorno della domenica. Un’esperienza che ci riporta alla prima comunità cristiana, che l’evangelista Luca descrive in tutta la sua originalità e semplicità: «Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. […] Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno» (At 2,42.44-45). 

7. Sono innumerevoli le iniziative che ogni giorno la comunità cristiana intraprende per dare un segno di vicinanza e di sollievo alle tante forme di povertà che sono sotto i nostri occhi. Spesso la collaborazione con altre realtà, che sono mosse non dalla fede ma dalla solidarietà umana, riesce a portare un aiuto che da soli non potremmo realizzare. Riconoscere che, nell’immenso mondo della povertà, anche il nostro intervento è limitato, debole e insufficiente conduce a tendere le mani verso altri, perché la collaborazione reciproca possa raggiungere l’obiettivo in maniera più efficace. Siamo mossi dalla fede e dall’imperativo della carità, ma sappiamo riconoscere altre forme di aiuto e solidarietà che si prefiggono in parte gli stessi obiettivi; purché non trascuriamo quello che ci è proprio, cioè condurre tutti a Dio e alla santità. Il dialogo tra le diverse esperienze e l’umiltà di prestare la nostra collaborazione, senza protagonismi di sorta, è una risposta adeguata e pienamente evangelica che possiamo realizzare. 

Davanti ai poveri non si tratta di giocare per avere il primato di intervento, ma possiamo riconoscere umilmente che è lo Spirito a suscitare gesti che siano segno della risposta e della vicinanza di Dio. Quando troviamo il modo per avvicinarci ai poveri, sappiamo che il primato spetta a Lui, che ha aperto i nostri occhi e il nostro cuore alla conversione. Non è di protagonismo che i poveri hanno bisogno, ma di amore che sa nascondersi e dimenticare il bene fatto. I veri protagonisti sono il Signore e i poveri. Chi si pone al servizio è strumento nelle mani di Dio per far riconoscere la sua presenza e la sua salvezza. Lo ricorda San Paolo scrivendo ai cristiani di Corinto, che gareggiavano tra loro nei carismi ricercando i più prestigiosi: «Non può l’occhio dire alla mano: “Non ho bisogno di te”; oppure la testa ai piedi: “Non ho bisogno di voi”» (1 Cor 12,21). L’Apostolo fa una considerazione importante osservando che le membra del corpo che sembrano più deboli sono le più necessarie (cfr v. 22); e che quelle che «riteniamo meno onorevoli le circondiamo di maggiore rispetto, e quelle indecorose sono trattate con maggiore decenza, mentre quelle decenti non ne hanno bisogno» (vv. 23-24). Mentre dà un insegnamento fondamentale sui carismi, Paolo educa anche la comunità all’atteggiamento evangelico nei confronti dei suoi membri più deboli e bisognosi. Lungi dai discepoli di Cristo sentimenti di disprezzo e di pietismo verso di essi; piuttosto sono chiamati a rendere loro onore, a dare loro la precedenza, convinti che sono una presenza reale di Gesù in mezzo a noi. «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). 

8. Qui si comprende quanto sia distante il nostro modo di vivere da quello del mondo, che loda, insegue e imita coloro che hanno potere e ricchezza, mentre emargina i poveri e li considera uno scarto e una vergogna. Le parole dell’Apostolo sono un invito a dare pienezza evangelica alla solidarietà con le membra più deboli e meno dotate del corpo di Cristo: «Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; e se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui» (1 Cor 12,26). Alla stessa stregua, nella Lettera ai Romani ci esorta: «Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri; non nutrite desideri di grandezza; volgetevi piuttosto a ciò che è umile» (12,15-16). Questa è la vocazione del discepolo di Cristo; l’ideale a cui tendere con costanza è assimilare sempre più in noi i «sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5). 

9. Una parola di speranza diventa l’epilogo naturale a cui la fede indirizza. Spesso sono proprio i poveri a mettere in crisi la nostra indifferenza, figlia di una visione della vita troppo immanente e legata al presente. Il grido del povero è anche un grido di speranza con cui manifesta la certezza di essere liberato. La speranza fondata sull’amore di Dio che non abbandona chi si affida a Lui (cfr Rm 8,31-39). Scriveva santa Teresa d’Avila nel suo Cammino di perfezione: «La povertà è un bene che racchiude in sé tutti i beni del mondo; ci assicura un gran dominio, intendo dire che ci rende padroni di tutti i beni terreni, dal momento che ce li fa disprezzare» (2, 5). E’ nella misura in cui siamo capaci di discernere il vero bene che diventiamo ricchi davanti a Dio e saggi davanti a noi stessi e agli altri. E’ proprio così: nella misura in cui si riesce a dare il giusto e vero senso alla ricchezza, si cresce in umanità e si diventa capaci di condivisione. 

10. Invito i confratelli vescovi, i sacerdoti e in particolare i diaconi, a cui sono state imposte le mani per il servizio ai poveri (cfr At 6,1-7), insieme alle persone consacrate e ai tanti laici e laiche che nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti rendono tangibile la risposta della Chiesa al grido dei poveri, a vivere questa Giornata Mondiale come un momento privilegiato di nuova evangelizzazione. I poveri ci evangelizzano, aiutandoci a scoprire ogni giorno la bellezza del Vangelo. Non lasciamo cadere nel vuoto questa opportunità di grazia. Sentiamoci tutti, in questo giorno, debitori nei loro confronti, perché tendendo reciprocamente le mani l’uno verso l’altro, si realizzi l’incontro salvifico che sostiene la fede, rende fattiva la carità e abilita la speranza a proseguire sicura nel cammino verso il Signore che viene.


NOVEMBRE: mese dedicato al ricordo dei defunti.  

Presso tutte le religioni, fin dai tempi più remoti, è diffuso il rispetto, il culto per i defunti. Mausolei sono stati costruiti in loro ricordo; le imbalsamazioni in uso presso certi popoli, le offerte, i riti sacrificali, dimostrano quanto sia sentito il dovere di onorare coloro che ci hanno lasciato per una vita oltre la morte. Per molti è un preciso dovere di gratitudine per il bene ricevuto, a partire dal dono della vita, ai valori intellettuali, morali, materiali con cui i nostri cari ci hanno beneficato durante la vita.    

            l mese di Novembre suscita in noi il ricordo di chi ci ha lasciato e il desiderio di rinnovare nella preghiera quegli affetti che con i nostri cari ci hanno tenuto uniti durante la loro vita terrena. Questo è il suffragio, parola che deriva dal verbo latino “suffragari” che significa: soccorrere, sostenere, aiutare. In vari modi la Chiesa ci insegna che possiamo suffragare le anime dei nostri cari defunti: con la celebrazione di Sante Messe, con i meriti che acquistiamo compiendo le opere di carità, con l’applicazione delle indulgenze.

            Ma cos’è l’indulgenza? La definizione tecnica afferma che l’indulgenza è la remissione dinanzi a Dio della pena temporale per i peccati, già rimessi quanto alla colpa, che il fedele debitamente disposto, e a determinate condizioni, acquista per intervento della Chiesa la quale, come ministra della redenzione, autoritativamente dispensa ed applica il tesoro delle soddisfazioni di Cristo e dei Santi.

            Ogni peccato ha una duplice conseguenza: genera una colpa e comporta una pena. Mentre la colpa, ossia la rottura dell’amicizia con Dio, è rimessa dall’assoluzione sacramentale della Confessione, la pena permane anche oltre l’assoluzione. Allontaniamo da noi ogni pensiero che si tratti di un castigo che Dio infligge, analogamente a quanto avviene nel codice penale per i reati commessi. La pena di cui si parla qui è una conseguenza del peccato, che oltre ad essere rottura con Dio è anche contaminazione dell’uomo. Pensiamo cosa avviene quando due amici che hanno litigato si riconciliano.

Ciò avviene ma con fatica; ci vuole tempo e buona volontà. Non possiamo certamente esitare su Dio nel riammetterci alla piena comunione con Lui, ma dobbiamo dubitare delle nostre capacità a staccarci completamente dal peccato e da ogni affetto malsano; è necessario un lungo cammino di conversione e di purificazione. La pena temporale è il tempo necessario per rigenerare la nostra capacità di amare Dio sopra ogni cosa. Questa pena temporale esige d’essere compiuta in questa vita come riparazione, o in Purgatorio come purificazione.

Le indulgenze sono come un medicamento cicatrizzante sulle nostre ferite spirituali e ci confermano nel proposito di rinnegare il peccato e sanciscono la nostra volontà di aderire pienamente al progetto di Dio. Nel suo cammino terreno il cristiano vede come mezzi di purificazione, che facilitano il cammino verso la santità le varie prove e la sofferenza stessa, l’impegno nelle opere di carità, la preghiera, le pratiche di penitenza e, non ultimo, l’acquisto delle indulgenze. Ma possiamo presumere che in questa vita riusciremo a giungere alla perfezione che ci permette di essere immediatamente ammessi alla piena comunione con Dio? Difficile, ecco allora il tempo di purificazione comunemente chiamato Purgatorio.

Per questo le Sante Messe, le preghiere di suffragio e le indulgenze ci permettono di soccorrere i nostri defunti e abbreviar loro i tempi della purificazione. È quindi un’opera altamente meritoria ricordare coloro che ci hanno fatto del bene, continuare a sentirci a loro vicini e solidali nel cammino di purificazione che stanno compiendo in Purgatorio


21 ottobre 2018

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE
Insieme ai giovani, portiamo il Vangelo a tutti 

Cari giovani, insieme a voi desidero riflettere sulla missione che Gesù ci ha affidato. Rivolgendomi a voi intendo includere tutti i cristiani, che vivono nella Chiesa l’avventura della loro esistenza come figli di Dio. Ciò che mi spinge a parlare a tutti, dialogando con voi, è la certezza che la fede cristiana resta sempre giovane quando si apre alla missione che Cristo ci consegna. «La missione rinvigorisce la fede» (Lett. enc. Redemptoris missio, 2), scriveva san Giovanni Paolo II, un Papa che tanto amava i giovani e a loro si è molto dedicato.
La vita è una missione
Ogni uomo e donna è una missione, e questa è la ragione per cui si trova a vivere sulla terra. Essere attratti ed essere inviati sono i due movimenti che il nostro cuore, soprattutto quando è giovane in età, sente come forze interiori dell’amore che promettono futuro e spingono in avanti la nostra esistenza. Nessuno come i giovani sente quanto la vita irrompa e attragga. Vivere con gioia la propria responsabilità per il mondo è una grande sfida. Conosco bene le luci e le ombre dell’essere giovani, e se penso alla mia giovinezza e alla mia famiglia, ricordo l’intensità della speranza per un futuro migliore. Il fatto di trovarci in questo mondo non per nostra decisione, ci fa intuire che c’è un’iniziativa che ci precede e ci fa esistere. Ognuno di noi è chiamato a riflettere su questa realtà: «Io sono una missione in questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 273).
Vi annunciamo Gesù Cristo
La Chiesa, annunciando ciò che ha gratuitamente ricevuto (cfr Mt 10,8; At 3,6), può condividere con voi giovani la via e la verità che conducono al senso del vivere su questa terra. Gesù Cristo, morto e risorto per noi, si offre alla nostra libertà e la provoca a cercare, scoprire e annunciare questo senso vero e pieno. Cari giovani, non abbiate paura di Cristo e della sua Chiesa! In essi si trova il tesoro che riempie di gioia la vita. Ve lo dico per esperienza: grazie alla fede ho trovato il fondamento dei miei sogni e la forza di realizzarli. Ho visto molte sofferenze, molte povertà sfigurare i volti di tanti fratelli e sorelle. Eppure, per chi sta con Gesù, il male è provocazione ad amare sempre di più. Molti uomini e donne, molti giovani hanno generosamente donato sé stessi, a volte fino al martirio, per amore del Vangelo a servizio dei fratelli. Dalla croce di Gesù impariamo la logica divina dell’offerta di noi stessi (cfr 1 Cor 1,17-25) come annuncio del Vangelo per la vita del mondo (cfr Gv 3,16). Essere infiammati dall’amore di Cristo consuma chi arde e fa crescere, illumina e riscalda chi si ama (cfr 2 Cor 5,14). Alla scuola dei santi, che ci aprono agli orizzonti vasti di Dio, vi invito a domandarvi in ogni circostanza: «Che cosa farebbe Cristo al mio posto?».
Trasmettere la fede fino agli estremi confini della terra
Anche voi, giovani, per il Battesimo siete membra vive della Chiesa, e insieme abbiamo la missione di portare il Vangelo a tutti. Voi state sbocciando alla vita. Crescere nella grazia della fede a noi trasmessa dai Sacramenti della Chiesa ci coinvolge in un flusso di generazioni di testimoni, dove la saggezza di chi ha esperienza diventa testimonianza e incoraggiamento per chi si apre al futuro. E la novità dei giovani diventa, a sua volta, sostegno e speranza per chi è vicino alla meta del suo cammino. Nella convivenza delle diverse età della vita, la missione della Chiesa costruisce ponti inter-generazionali, nei quali la fede in Dio e l’amore per il prossimo costituiscono fattori di unione profonda.
Questa trasmissione della fede, cuore della missione della Chiesa, avviene dunque per il “contagio” dell’amore, dove la gioia e l’entusiasmo esprimono il ritrovato senso e la pienezza della vita. La propagazione della fede per attrazione esige cuori aperti, dilatati dall’amore. All’amore non è possibile porre limiti: forte come la morte è l’amore (cfr Ct 8,6). E tale espansione genera l’incontro, la testimonianza, l’annuncio; genera la condivisione nella carità con tutti coloro che, lontani dalla fede, si dimostrano ad essa indifferenti, a volte avversi e contrari. Ambienti umani, culturali e religiosi ancora estranei al Vangelo di Gesù e alla presenza sacramentale della Chiesa rappresentano le estreme periferie, gli “estremi confini della terra”, verso cui, fin dalla Pasqua di Gesù, i suoi discepoli missionari sono inviati, nella certezza di avere il loro Signore sempre con sé (cfr Mt 28,20; At1,8). In questo consiste ciò che chiamiamo missio ad gentes. La periferia più desolata dell’umanità bisognosa di Cristo è l’indifferenza verso la fede o addirittura l’odio contro la pienezza divina della vita. Ogni povertà materiale e spirituale, ogni discriminazione di fratelli e sorelle è sempre conseguenza del rifiuto di Dio e del suo amore.
Gli estremi confini della terra, cari giovani, sono per voi oggi molto relativi e sempre facilmente “navigabili”. Il mondo digitale, le reti sociali che ci pervadono e attraversano, stemperano confini, cancellano margini e distanze, riducono le differenze. Sembra tutto a portata di mano, tutto così vicino ed immediato. Eppure senza il dono coinvolgente delle nostre vite, potremo avere miriadi di contatti ma non saremo mai immersi in una vera comunione di vita. La missione fino agli estremi confini della terra esige il dono di sé stessi nella vocazione donataci da Colui che ci ha posti su questa terra (cfr Lc 9,23-25). Oserei dire che, per un giovane che vuole seguire Cristo, l’essenziale è la ricerca e l’adesione alla propria vocazione. (…..)                                                          


15 ottobre 2018

Santa Teresa di Gesù 1515 - 1582 Dottore della Chiesa Madre Riformatrice dei Carmelitani Scalzi

Teresa di Gesù (de Cepeda y Ahumada), nata in Avila (Spagna) nel 1515 e morta ad Alba de Tormes nel 1582, è universalmente riconosciuta come Maestra di dottrina e di esperienza spirituale, al punto che è stata la prima donna della storia alla quale è stato riconosciuto (da Paolo VI, nel 1970) il titolo di Dottore della Chiesa. Ella stessa ci ha lasciato il racconto della sua vita, ma l’ha narrata come storia di un “incontro d’amore” tra lei e Cristo.


 11 settembre 2018 

memoria liturgica del Beato Francesco Bonifacio, sacerdote martire ucciso in odio alla fede nel settembre (probabilmente il giorno 11) del 1946 in una foiba presso Villa Gardossi in Istria. Beatificato 10 anni fa.Dalle ore 18.00 presso il Santuario di Monte Grisa: pomeriggio di spiritualità sul Beato, con processione e S. Messa presieduta dal nostro Vescovo, Mons. Giampaolo Crepaldi.

GIUBILEO DELLA MISERICORDIA

Si sta avviando alla conclusione il Giubileo della Misericordia indetto da Papa Francesco. Domenica 13 novembre in tutte le diocesi del mondo verranno chiuse le porte sante, mentre il Papa chiuderà la porta santa in S. Pietro domenica 20 novembre, solennità di Cristo Re dell’universo. E’ stato certamente un anno di grazia, ricco di occasioni per lasciarci avvolgere dall’amore misericordioso del Padre. Ora inizia il nostro impegno di testimonianza: “Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro”. In un tempo di grandi cambiamenti e soprattutto di avvenimenti dolorosi, dove davvero l’uomo d’oggi non è più capace di sperare, noi cristiani siamo chiamati a credere che l’amore di Dio è più forte dell’odio, della violenza, dell’inimicizia, ed è possibile vivere in un mondo riconciliato e fraterno. Che senso avrebbe aver varcato la porta santa, aver ricevuto l’indulgenza plenaria, aver fatto anche pellegrinaggi in luoghi significativi, se ora non siamo noi “ i misericordiosi” che Gesù chiama “beati”? 

Al termine di questo Anno santo, rileggiamo la Bolla di indizione del Giubileo di Papa Francesco. Quelle parole ci risuoneranno in modo diverso e forse troveranno in noi accoglienza e risposta.


16/08/16

“LA FESTA DEL CARMINE 2016”

Sabato 16 luglio, festa della Madonna del Carmine, sono numerosi i fedeli, provenienti anche dalle varie parti della città, che si ritrovano alle ore 18 nella chiesa di Gretta per la solenne celebrazione eucaristica, culmine di un’intensa settimana di preghiera e impreziosita quest’anno dalla presenza del vescovo mons. Giampaolo Crepaldi. Preceduto dai seminaristi della “Redemptoris Mater”, e dal parroco, padre Angelo Ragazzi, il presule si avvia processionalmente verso il presbiterio, benedicendo con l’aspersorio i presenti.La liturgia della Messa è quella propria della Madonna del Carmelo,non quella della XVI domenica per annum. Un numeroso coro accompagna con i canti i momenti salienti della Messa. E’ l’onnipresente Pierina, rivestita dello scapolare, a spiegare dall’ambone il significato della festa, come sarà lei a leggere le intenzioni di preghiera ( inserendone una per l’Ordine Secolare Carmelitano ) e a distribuire la Comunione al centro della chiesa e poi ai componenti del coro quando avranno finito di cantare.
Le letture ripropongono il libro dei Re con la vicenda di Elia sul monte Carmelo e un brano della lettera ai Galati e sono proclamate da due terziarie carmelitane che sia avviano all’ambone con lo scapolare ben visibile; il parroco proclama il Vangelo che ci presenta Maria beata perché ascolta la Parola di Dio. Il significato dello scapolare è richiamato nell’omelia dal Vescovo che si compiace per questa presenza: lo scapolare simboleggia l’aiuto della Madonna, simboleggia il manto di Maria e richiama l’ammonimento di Paolo ai Romani: "Rivestitevi di Cristo.”
Sappiamo che l’Ordine Carmelitano non è sorto in seguito a un’apparizione mariana,che non ha un fondatore, ma fa capo a Maria del Monte Carmelo, sopra Haifa. A san Simone Stock nel 1251 la Madonna avrebbe consegnato appunto lo scapolare.
Nel 1971 mons. Giampaolo è stato ordinato sacerdote a Villa Dosse e domenica 17 festeggerà ( non si sa dove!) il suo 45° anniversario, poi in aereo raggiungerà i nostri pellegrini a Lourdes.
Andrà anche lui alla GMG a Cracovia e si rallegra apprendendo dal parroco che vi parteciperanno 30 giovani della parrocchia di Gretta. Questi intanto si allenano facendo servizio alla sagra in friggitoria o nel servizio ai tavoli… Il Vescovo fa una visitina anche al famoso mercatino dell’usato e saluta con cordialità i presenti. Ma per poco perché deve riportare a casa, dice al parroco, le suore congolesi addette al suo servizio.

Rita Corsi

24/02/16

GIUBILEO DELLA MISERICORDIA

Il Giubileo è un dono di grazia. Entrare per quella Porta significa scoprire la profondità della misericordia del Padre che tutti accoglie e ad ognuno va incontro personalmente. È Lui che ci cerca! È Lui che ci viene incontro! - Papa Francesco

23/01/16

RESOCONTO DELL'ASSEMBLEA PARROCCHIALE
Si è svolta lunedì scorsa l’annunciata assemblea parrocchiale. La buona presenza di partecipanti ha costretto a tenerla in chiesa. Il parroco ha sviluppato i seguenti punti:
  1. La nostra parrocchia all’interno della città (denatalità, invecchiamento, disagio sociale, con due realtà opposte: benessere e povertà);
  2. La comunità cristiana che vive in Gretta ( piccola realtà ma vivace, incentrata soprattutto sull’animazione più che sulla formazione, con il rischio di ritirarsi sul “tram tram quotidiano” mentre necessita di uscire, andare verso i lontani con coraggio e gioia, deve riprendere la strada della missione, ma per far questo ha bisogno di essere continuamente evangelizzata, quindi formata alla scuola del Vangelo).
  3. Quali proposte?
    - catechesi per giovani ed adulti: inizieranno lunedì 25 gennaio per portare a pienezza il nostro battesimo;
    - nelle domeniche pomeriggio di Quaresima: scrutatio della Parola di Dio (perché la Parola diventi vita in me);
    - incontri per genitori, la domenica, subito dopo la Messa delle 11-00: sul tema dell’educazione alla fede.

  4. Celebrazione del Giubileo sia a S. Giusto che a Roma.
  5. Incontri di formazione per chi svolge ministeri all’interno della parrocchia: cantori, lettori, ministri della comunione, animatori,ecc.
  6. La situazione economica della nostra Parrocchia e lavori che non si possono più procrastinare. Il parroco ha illustrato la situazione economica: la parrocchia non ha risorse sufficienti per far fronte alle varie necessità date le scarse offerte che si raccolgono, e c’è urgente bisogno di cominciare a sistemare tutta la copertura della chiesa e delle sale parrocchiali perché le infiltrazioni d’acqua hanno recato (e recano) gravi danni.
Ci sono stati infine alcuni interventi sia di chiarimento che proposte su ambiti della vita parrocchiale.

10/12/15

PAPA FRANCESCO: ANCHE GRAZIE ALLA RETE IL MESSAGGIO CRISTIANO PUO' VIAGGIARE "FINO AI CONFINI DELLA TERRA"
Comunicare bene ci aiuta ad essere più vicini e a conoscerci meglio tra di noi, ad essere più uniti.
“L’icona del buon samaritano, che fascia le ferite dell’uomo percosso versandovi sopra olio e vino, ci sia di guida. La nostra comunicazione sia olio profumato per il dolore e vino buono per l’allegria. La nostra luminosità non provenga da trucchi o effetti speciali, ma dal nostro farci prossimo di chi incontriamo ferito lungo il cammino, con amore, con tenerezza. Non abbiate timore di farvi cittadini dell’ambiente digitale. È importante l’attenzione e la presenza della Chiesa nel mondo della comunicazione, per dialogare con l’uomo d’oggi e portarlo all’incontro con Cristo: una Chiesa che accompagna il cammino sa mettersi in cammino con tutti. In questo contesto la rivoluzione dei mezzi di comunicazione e dell’informazione è una grande e appassionante sfida, che richiede energie fresche e un’immaginazione nuova per trasmettere agli altri la bellezza di Dio.”
Si conclude così il documento diffuso dalla Sala Stampa della Santa Sede nella giornata dedicata alle comunicazioni che vi invitiamo a leggere nella sua interezza seguendo questo collegamento.

08/12/15

FESTA DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE
La statua della Madonna di Gretta è stata collocata nel 1971 all’incrocio tra la via Aquileia e la strada del Friuli. Sul basamento è riportata la seguente frase:
Nella strada della vita guidaci e proteggici - La gioventù di Gretta 1971.
L'8 dicembre del 1976 per la ricorrenza dell'Immacolata Concezione si è tenuta per la prima volta la Festa dell'Infiorata che sempre ha visto partecipi molti parrocchiani.
8 dicembre 2015: ci ritroviamo, alla conclusione della Messa delle ore 11, davanti alla Madonnina della strada per l'Infiorata

INIZIA IL GIUBILEO DELLA MISERICORDIA
“Confidando nell’intercessione della Madre della Misericordia, affido alla sua protezione la preparazione di questo Giubileo Straordinario.”
Così Papa Francesco conclude la lettera con la quale indice il Giubileo. Sia questa conclusione, per noi parrocchiani, il punto da cui dare inizio all’Anno Santo dedicato alla Misericordia per "diventare noi stessi segno efficace dell’ agire del Padre".
L'Anno Santo inizia l'8 dicembre 2015 e terminerà il 26 novembre del 2016.
Clicca qui per leggere tutta la lettera di Papa Francesco.

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